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L’Abbazia di S. Benedetto sotto il titolo di Santa Maria di Lavina

L’Abbazia di S. Benedetto sotto il titolo di Santa Maria di Lavina

L’Abbazia di San Benedetto, comunemente chiamata “Batìa”, ora appartenente al FEC e sede dell’Arciconfraternita di San Michele Arcangelo, era annessa al convento di clausura dell’ordine benedettino femminile.

L’originaria fondazione dell’abbazia benedettina, quindi, è da collocarsi all’inizio del XVII secolo. L’aspetto mostrato oggi si può far risalire ai rifacimenti effettuati tra il 1720 e il 1740 .

Nel 1866, a causa delle norme che decretavano la soppressione degli ordini monastici, la chiesa viene chiusa e il convento trasformato in abitazione privata. Tuttavia, la presenza delle monache è attestata fino al 1894.

Il monastero possedeva anche un orto di grandi dimensioni con cisterne per la raccolta d’acqua anch’essi oggi di proprietà privata.

Dopo anni di abbandono, nel 1910 la chiesa viene temporaneamente affidata alla confraternita di S. Michele poiché i grandi locali del monastero omonimo, in cui aveva sede, erano stati trasformati in lazzaretto per l’isolamento e la cura degli ammalati che erano stati contagiati dall’epidemia di colera.

La confraternita non tornerà più in quella sede e dal 1920 le saranno concessi l’uso e la custodia della chiesa e dei suoi beni, pur rimanendo di proprietà dello Stato italiano.

L’ICONA DI  SANTA MARIA DI LAVINA

Il dipinto della Vergine, a cui la tradizione conferisce il titolo di Lavina, è riferibile al modello iconografico della Virgo Lactans. Una giovane Maria è seduta su un trono con due angeli ai fianchi e poggia i piedi su un cuscino, caratteristica tipica delle immagini orientali. Alle spalle si intravede una tenda decorata a ramages rossi e verdi che indica che la scena si svolge all’interno.

Il volto di Maria appare sereno, la sua mano sinistra accarezza dolcemente il mantello del figlio, mentre, la destra lo sorregge attraverso un cuscino curvo.

Il tutto contribuisce a creare uno splendido momento di intimità fra Madre e Figlio, il quale si nutre teneramente del latte e fissa il suo sguardo esattamente sulle labbra di Maria come a volerne accogliere il nutrimento dei suoi insegnamenti.

Il maphorion della Vergine è rosso porpora, ottenuto dall’unione di blu e rosso, l’umano e il divino che si fondono, mentre, i risvolti in oro ne simboleggiano la regalità. Sul capo si distingue a malapena, una delle tre tipiche stelle che ornano i dipinti mariani, segno della sua verginità prima, durante e dopo il parto.

Il manto del Bambino, invece, è blu, colore della divinità, con fiori a sei petali simboleggianti il “fiore della vita”. 

La ricerca storico-artistica in occasione del restauro del 2009 ha permesso di avanzare l’ipotesi che il dipinto sia opera di un pittore locale  condizionato dalle tecniche usate tradizionalmente in ambito spagnolo.

Questo fa della tavola della Lavina un esemplare della corrente artistica di matrice iberica diffusa tra il XIV e il XV secolo nell’Italia meridionale.

La datazione dell’opera, basata principalmente sull’analisi stilistica, va dal periodo compreso tra il 1433 e il 1486.

L’opera è composta da un dipinto a tempera su tavola e da una cornice lignea successiva, dipinta e dorata.

Il dipinto è stato realizzato con una tecnica di esecuzione abbastanza insolita: su una preparazione bianca, stesa direttamente sulla tavola, è applicata un’unica su cui è presente un altro strato della stessa preparazione che accoglie la pellicola pittorica.